Fenomeno Zaha

Non è un’impresa facile diventare uno degli architetti più importanti del mondo. E lo è ancora meno se sei una donna, per di più nata in Medioriente. Zaha Hadid ci è riuscita. E, nel 2004, ha ricevuto persino il Pritzker architecture prize, considerato il premio Nobel del settore.

Irachena di Baghdad, classe 1950, ha conseguito un master in Matematica presso l’Università americana di Beirut e, nel 1972, si è trasferita a Londra per studiare all'Architectural association. Subito dopo la laurea, ha cominciato a collaborare con l’architetto Elia Zenghelis e con il suo ex maestro, l’olandese Rem Koolhaas, all'Office for metropolitan architecture, di cui è diventata socia nel 1977.

La fluidità e l’invenzione spaziale, infatti, sono al primo posto nei lavori di Zaha. Tutti i progetti da lei realizzati sono frutto di lunghe esplorazioni nei campi dell'urbanistica e del design e della sua straordinaria capacità di integrare la topografia naturale con i sistemi creati dall'uomo, utilizzando tecnologie all'avanguardia. Un processo che si traduce spesso in forme architettoniche insolite e dinamiche come il Museo Nazionale delle arti del XXI secolo (Maxxi) di Roma che, insieme alla sede centrale della BMW di Leipzig e al Museo della Scienza di Wolfsburg, in Germania, rappresenta l'emblema della sua ricerca.

L’impegno più importante è quello del London Aquatics Centre, previsto per i Giochi olimpici del 2012. Ma il desiderio più grande della designer rimane legato alla sua terra d’origine: realizzare una nuova Baghdad. Per lei, infatti, progettare il piano di urbanizzazione della sua città significa gettare le basi per lo sviluppo di una nuova civiltà. Perché l’architettura, Zaha ne è convinta, è sempre il principio di tutto.          
       
Laura Tortora

 

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